Tutti gli altri pensieri di questa giornata li voglio proprio buttare nel cesso.
Mi voglio tenere solo quelli blu.
Lui mentre scendevo le scale mi ha messo una mano tra i ricci.
"Era da tanto che volevo farlo" mi ha detto.
E a me ha fatto piacere. Punto.
Anche se, probabilmente, non significa una cippa lippa.
Lui e lei insegnavano in una scuola di campagna durante la guerra, per pagarsi gli studi: lei la laurea in lettere e lui quella in filosofia.
Lei era bionda con gli occhi verdi, segaligna, spigolosa, pignola, testarda, coraggiosa, orfana di padre.
Aveva una madre e 3 sorelle: erano tutte, chi più chi meno, succubi di un fratello troppo indurito dagli eventi al punto da rasentare la psicosi.
Lui era di quattro anni più giovane, bellissimo: due occhi profondi color nocciola e una parata di denti bianchissimi. Trasudava intelligenza.
Era il primo di una vagonata di fratelli, aveva una madre ignorante ed un padre ferroviere, rosso di capelli e di testa. I fascisti lo tenevano sotto controllo perchè aveva aderito alla "Protesta Matteotti".
Erano poveri e nelle loro giovani vite avevano affrontato quasi esclusivamente dolori e risolto piccoli grandi problemi.
Niente vacanze, niente aperitivi, niente compere.
E quando non succedeva nulla, suonava un allarme: bisognava scappare di corsa in cantina e pregare di restare vivi ancora un po'.
I tragitti che oggi si percorrono in automobile o in treno loro li percorrevano a piedi.
Inutile dire che andavano molto più veloce.
Lui si innamorò di lei: proveniva da una casa piena di maschi, aveva una madre poco attenta alle pulizie, un po' distratta dalla moltitudine di gente a cui doveva badare. Cercava qualcuno che badasse a lui.
E lei era profumata di lavanda e profondamente pulita. E non mi riferisco solo alla biancheria.
Lei si innamorò di lui anche se lo tenne a lungo per sè: lui era più giovane e a quei tempi era proprio una faccenda inammissibile.
Lei aveva un fratello dispotico e un generale in gonnella come sorella maggiore: aveva subito per anni la disciplina più rigida, al punto che non ricordava più nemmeno cosa significasse agire per un motivo diverso dal dovere di agire.
E lui era chiassoso, sorridente, spesso con il colletto fuori posto. E poi era dannatamente bello.
Lui la corteggiava come poteva fare un maestro, in una scuola di campagna, ai tempi della guerra: frasi gentili e fiori di campo.
Ma suo fratello non voleva che lei si sposasse, sua madre non voleva perchè non lo voleva suo fratello e le sue sorelle le intimavano di lasciar perdere perchè sua madre e suo fratello non volevano.
Lei ubbidiva senza neppure cercare di comprendere le loro ragioni. A comprendersi nella sua famiglia non ci erano proprio abituati.
Ubbidiva e guardava il suo amore da lontano.
Un giorno, fingendo penosamente, gli disse pure che non lo amava.
Poi a lei venne un raffreddore e decise che per un paio di giorni non sarebbe andata nella scuola di campagna. Il direttore le disse che avrebbe affidato a Lui le sue classi perchè a quei tempi i supplenti non si potevano pagare per un raffreddore e le intimò di tornare in fretta. E lei si preparò come al solito ad ubbidire.
Aveva bisogno di un libro per l'università e approfittò del permesso per andare in una famosa e antica libreria di Napoli, tanto per vedere quanto costava.
E Lui era in quella libreria.
Lei: "Ma cosa ci fate qui, voi dovevate badare alle mie classi!"
Lui: zitto
Lei: "Ma così mi fate preoccupare"
Lui, prendendole la mano: "Adesso, non devi preoccuparti più di niente"
Uscirono mano nella mano da quella libreria e passarono insieme 40 anni di matrimonio.
Lui diventò il direttore didattico più giovane d'Italia, scrisse di filosofia e di pedagogia su varie riviste, studiò e lavorò.
E lei gli stette accanto donandogli amore e colletti inamidati.
Lui le donò la libertà.
Lui a 40 anni si ammalò di depressione e lei passò 20 anni a vedere quella personalità tanto viva e quell'uomo tanto bello sfiorire per via della malattia e delle pesanti terapie che gli erano state somministrate in un periodo in cui i manicomi non erano ancora stati chiusi e la psichiatria era solo agli albori.
Lei lo vide persino dopo un elettroshock in una camera con le sbarre alle finestre.
Ebbero un figlio ed una figlia.
La loro figlia è mia madre.
E Lei adesso è al piano di sopra della mia casa, claudicante per gli esiti di una frattura del femore.
E nonostante tutto ha ancora l'energia per piegare lenzuola, stendere panni e pulire verdura.
Citando a memoria terzine dantesche al momento opportuno.
E subendo magari, di tanto in tanto, i miei sbuffi di studentessa annoiata che si scoccia di ripeterle la stessa cosa per la terza volta in una mattinata.
Mamma mia, che tempra: purtroppo di donne così hanno gettato via lo stampo.
E che cos'è mai il tempo.
L'avevo scritto a Febbraio, questa storia mi era letteralmente uscita dalle dita.
Mercoledì mattina presto ho sentito un tonfo: mi sono alzata e ho trovato la Lei di questa bellissima storia distesa per terra. Dopo qualche minuto è morta.
E' morta piena di dolore, dato che appena tre mesi fa ha perso suo figlio .
Nel giro di tre mesi la vita della mia famiglia è stata completamente stravolta.
Per quanto mi riguarda, mi sembra di non avere più nè pensieri nè lacrime.
Che belle parole mi hai detto anonimo numero 2 (dai, dimmi chi sei se ripassi)...
Come sempre, dopo una tempesta, torna un sereno, anche se è un sereno ancora pieno di pioggia.
Ne ho parlato con molti del mio dilemma.
Alla fine, quello che ho capito, è che non devo rinunciare a nulla: aspetto i bandi e faccio tutti i concorsi che logisticamente potrò fare e vorrò fare.
Poi si vede, poi si sceglie.
Andare via dall' ematologia adesso significherebbe mollare.
Scegliere di non andarci dopo essere entrata, o di non tornarci dopo non essere entrata significherà scegliere.
E poi...ieri ho avuto uno scambio di sguardi che non dimenticherò. E' stato un grande privilegio.
Ho capito che ho detto un mare di stronzate.
La vita è vita, ed è sacra.
Anche quando sappiamo che non durerà ancora per molto.