Ho lavato tutto: vestiti usati durante la settimana, camice, borsa.
Ho comprato qualcosa di nuovo e buttato via quello che non metto più.
Ho pulito camera mia, riordinato i cassetti, messo i sacchettini alla lavanda profumati tra le cose.
Ho lavato i ricci, lavato me stessa, comprato il phard nuovo.
E' il mio modo per dire a me stessa che tutto è in ordine e che il grosso della bufera è passata.
Che posso ricominciare a camminare, a stancarmi, a sorridere e persino a sperare.
Ennesima settimana ad Alcatraz: 8.30 del mattino-18.00 del pomeriggio.
Arrivo a casa alle 19.00 e di lì alle 20.00 guida guida guida (in stato catatonico, però).
Tempo per postare: quasi zero.
E ormai mi dispiace: mi son abituata a inventariare gli eventi e a racchiuderli nel mio archivio personale.
Dunque, iniziamo.
Questa settimana, dopo averne guardati mille mila, ho eseguito con le mie manine il primo prelievo di sangue (potevo omettere quel "non l'ho mai fatto" pronunciato sì a mezza voce e verso la caposala, ma comunque a portata dell'orecchio del povero paziente: la sua faccia non me la scordo più finchè campo!).
Tutto bene (Disgraziat' te nè sì asciut'..."Furbona, te la sei cavata!" ha esclamato dopo la mia rustica Caposala).
Poi poi poi.
Ieri ho provato per la prima volta e sul serio quel senso d'impotenza che talvolta pervade i dottori veri: il "non poter far niente".
E ieri non si poteva far niente per alleviare un dolore atroce che ha indotto il nostro paziente a desiderare la morte.
Ma io, di fronte, avevo i soliti tre "litiganti" che navigavano a vista: "Facciamo tre fiale di morfina in infisione ed una sottocute"...."Facciamone quattro in infusione" "Ma ha la bilirubina a 2...gli fottiamo il fegato!".
Non so se era più una gara o uno sfoggio di erudizione, ma di certo:
a) il paziente continuava a stare male
b) un ematologo non è esperto in terapia del dolore
Allora, per la prima volta, ho detto la mia, ma davvero, come una che è laureata ed è consapevole, non come una studentessa confusa: "Chiamiamo in consulenza il gruppo di anestesisti che si occupa di terapia del dolore".
...così viene qualcuno di realmente competente e la piantate di beccarvi come polli tutti e tre...ho pensato, ma non ho dichiarato...
E, inaspettatamente, la mia proposta è stata accolta (e, ancor più inaspettatamente, una di quei tre non sapeva neppure dell'esistenza di un gruppo di anestesisti dedicati alla terapia del dolore).
Abbiamo scoperto che la clonidina potenzia gli effetti della morfina: abbiamo trovato una strada nuova, quando sembrava che tutto fosse inutile.
E abbiamo ritrovato la speranza di poter aiutare quell'adorabile omino, tanto dolce, che ieri pomeriggio non riconoscevo più.
Di terapia del dolore si sa ancora poco, anche tra gli addetti ai lavori: ci si pensa troppo tardi, ci si pensa di rado, non ci si pensa.
Questi sono i centri che praticano la terapia del dolore in Italia.
Ogni volta che mi sorge un dubbio ho preso l'abitudine di chiedere al mio zietto, che era un medico bravissimo: "Che devo fare?".
Sarà suggestione, ma, a quanto pare, fino ad ora mi sta rispondendo.
Mi manca, mi manca come l'aria.
Vesuviana delle 7.50 - fermata successiva alla mia.
Immaginatevi il solito quadretto: varia umanità assonnata e in prevalenza ammusonita.
E' entrata una ragazza: la si notava subito.
Magliettina rosa con stampe dorate, capelli biondo quasi platino un po' scambiato però, trucco vistoso.
Ma, diciamo la verità, la ragazza si notava principalmente per la sua mole.
Lungi da me, proprio da me, che combatto con i chiletti da una vita, prenderla in giro...ma, nel suo caso, non si trattava proprio di chiletti.
La ragazza era francamente obesa e l'abbigliamento scelto per la giornata di certo non la sfinava.
La tipa è entrata sorridendo a 44 denti mentre intratteneva una conversazione al cellulare.
Fin qui tutto normale: ma il fatto è che il volume della sua voce era un pochino ma che dico alto che dico altissimo che dico...un trombone, in pratica.
Ha preso posto di fronte a me: un po' la vicinanza, un po' il tono di voce, a meno di turarmi le orecchie, non ho potuto proprio fare a meno di ascoltare la sua conversazione parola per parola.
Ah: immaginatevi tutto in napoletano stretto, ma strano, con un'inflessione a me poco nota.
Ragazza (ha l'aria di raccontare il fattariello almeno per la quarta volta, in quanto esordisce con un "Hai capito") : "Era l'una di notte ed io non ho fatto in tempo a rispondere al cellulare perchè dormivo, ma lui mi ha richiamata stamattina e mi ha chiesto di passarle Maria, la ragazza che lavora con me. Alchè io gli ho detto che non era in numero di Maria, ma il mio e che potevo passargliela non appena giunta a lavoro. Dopodichè gli ho chiesto "Chi sei?" E lui "Chi sei tu?" Ed io "Ma mi hai chiamato tu...chi ti ha dato il mio numero?" E lui: "Ma che te ne importa?" Ed io "Va bene, se vuoi parlare con Maria te la passo appena arrivo a lavoro, ora devo andare" E lui: "Ma non ti arrabbiare,dai, come ti chiami" Ed io: "Antonella" E lui: "Se hai un nome così bello, sarai bellissima anche tu, di sicuro" Ed io: (alla tipa brillano gli occhi a questo punto, dato che è assolutamente convinta che il tipo l'abbia notata la sera precedente ad una festa...il compleanno della nipotina (!)...) : "Grazie, un complimento così bello di prima mattina fa bene" E lui: "Ma io sono un uomo gentile...io sono un grande uomo!".... (io dopo cotanta autoaffermazione avrei messo giù e chiuso la pratica)
Dopo aver riportato il dialogo, la ragazza ha indugiato in congetture con l'amica: dato che il tipo conosceva il nome della commessa che lavorava con lei in negozio, in pratica lei si è convinta che il tipo conosceva pure lei e che alla festa del giorno prima lui, nell'ordine:
1) L'avesse notata
2) Avesse manifestato il suo interesse ad una sua amica, una tale Roberta, che, reticente, pare non avesse voluto confessare nè l'opera di ruffianaggio nè l'identità misteriosa del "grande uomo".
3) Si fosse fatto dare il numero da Roberta e, come informazione aggiuntiva il nome della collega Maria, tanto per attaccare bottone.
Peccato che Roberta, contattata nuovamente dopo aver chiuso la prima conversazione-monologo abbia continuato a mostrarsi reticente (! porèll !).
E peccato che alla festicciola della nipotina ci fossero solo coppie con bambini e nessun "grande uomo single" all'orizzonte.
Insomma, lei il tipo non l'ha visto.
Ma dalla telefonata ha dedotto che esiste e che ha fatto tutte quelle cose che ho elencato.
Aristotelica.
Ha costruito una storia.
La storia che questa mattina l'ha fatta sorridere e l'ha fatta sentire bella e desiderata.
Da quel "grande uomo" che a lei deve sembrare una descrizione piena di promesse che, forse, fino a quel momento, nessuno le ha mai realizzato.